#SundayMood

Domenica, non suona la sveglia ma il cervello sa che vuole svegliarsi presto proprio perché è domenica. Gli stereotipi vogliono che la domenica si resti a letto fino a tardi; lo dovresti proprio desiderare! E io invece desidero il silenzio della domenica, quello che va oltre il sonno, quello di una casa che, tra poco, profumerà di caffè e giornali.

Caffè.

Doccia.

Indosso una tuta, la più slabbrata che ho, perchè è domenica e devo star comoda dentro me stessa, senza nessuna pressione. Soprattutto sui fianchi, libera dalle spine nel fianco.

Uscendo presto di domenica, assisti ad uno spettacolo che durante la settimana non è in programmazione: la città che dorme. Anche Roma dorme di domenica mattina ma la voce della città, in sottofondo, la senti lo stesso, come un ruggito basso e ovattato.

Edicola. Caffè.

Mi guardo intorno e mi rendo conto che non è poi così presto, il popolo degli stereotipi si è svegliato. Li osservo senza togliere gli occhiali da sole. Consumo la colazione seduta al tavolo di un bar e studio questa donna che avrà la mia età e due magnifiche bambine, è seduta al tavolo difronte al mio con altre amiche; un quadretto domenicale perfetto! E’ ben vestita, truccata, e pettinata alla Instagram , poi però la piccola fa cascare qualcosa e lei è preda di una crisi isterica che sfocia in una serie di schiaffi alla bambina, la più piccola. Le sue amiche – cretine – guardano senza dire nulla, quasi sorridono divertite. Io addento il cornetto e mi mordo la lingua per evitare di dirle qualcosa che mi porterebbe a litigare. Stanne fuori, mi ripeto, e continuo a mangiare. Poi la bambina più grande fa qualcosa e lei, sempre ben vestita e pettinata a puntino, la prende a schiaffi su di un braccio. Sei più stupida di tua sorella, dice. Mi mordo ancora un altro pò la lingua ma vorrei sbatterle la testa contro quel telefono che, ossessivamente, guarda, mentre mortifica il quadretto di perfezione che, chissà con quanto entusiasmo ed egoismo, ha voluto creare negli anni passati. A tutti i costi.

Mi alzo per andare a pagare, le passo accanto e la guardo male. Non posso farne a meno. Stavolta gli occhiali li ho tolti.

Non farti rovinare la domenica, mi dico.

Supermercato. Rimetto gli occhiali. Un pò perché non sopporto la luce, un pò perché così potrò osservare la gente senza darne troppo l’impressione. Un pò perché così mi pare di essere invisibile. ‘Sono come gli occhiali dell’invisibilità della mia nipotina’.

Yogurt. Cereali. Tuta larga. Occhiali. Mi aggiro tra famiglie, coppie, single, operai e ogni genere di creatura vivente. Cosa ci fanno tutti al supermercato di domenica?

Riconosco qualcuno che sta per andare a lavoro e  qualcun altro che a lavoro, solo di domenica, non ci va. Mi imbatto in una giovane coppia, tirata a lucido. Litigano per le fragole, e non perchè uno le desideri e l’altro no, ma perchè, mentre lui guarda i formaggi, lei pretende che torni indietro con lei a prenderle al reparto ortofrutticolo. Lui si rifiuta e lei fa la matta!

Il popolo degli stereotipi.

Al supermercato, la domenica, come in chiesa, tutti fanno sfoggio di ciò che è ‘conveniente’, sia per il carrello che per la società ma nessuno sa quale sia l’offerta migliore da fare a se stesso.

Giro ancora. Riso. Tonno. Roba da dieta che tanto riprenderò da domani. Oggi è domenica, posso concedermi la libertà di non voler manco cucinare e mangiare cracker con chissà quale cosa spalmabile mentre scrivo chissà che! E’ domenica di libertà.

Al reparto surgelati un papà tiene la mano ad una bambina che parla, mentre lui fissa il cellulare che tiene con l’altra mano. La bambina, ormai, manco cerca più la sua attenzione, parla per inerzia…

E poi sarei io la strana!? Quella che va al cinema da sola e decide di trascorrere la domenica col naso tra i libri, i giornali e tutti i piccoli pezzi che mi avvicineranno di più a chi sono?

Questa cosa che ancora suona strano se una va a mangiare da sola perché ne ha voglia deve finire. Mi dico. Poi rinsavisco; ma te ne frega davvero? No, davvero non m’importa. In questo totale stato di libertà intellettuale in cui verte la mia vita, le cose che contano sono poche.

A casa stanno tutti bene. Io sono felice. Sento la mia amica. Dove sei? Al parco con la piccola! Ecco una bella notizia. Ecco qualcosa che fa felice e fa domenica.

Arrivo in cassa che penso a tutto questo e noto una coppia di anziani davanti a me. Una bottiglia di vino rosso. Un pacco di pasta fatta a mano e un dolce confezionato. Mi mette gioia questa intimità in cui mi sono intrufolata. Mi da speranza.

In questo mondo in cui c’è un cliché per tutto, rompere la convenzione non è il mio obiettivo ma avere la libertà di esistere a modo mio si, quello è il mio obiettivo. Sento il mio migliore amico, quello che mi conosce da quando non sapevamo ancora scrivere. Ha pescato del pesce e lo cucinerà per lui e mio fratello. Vorrei essere lì. Con loro è sempre tutto naturale e perfetto. Mi manca casa. E vabbè, costante della mia vita. Forse domenica è questo, è esplodere d’amore nel modo in cui l’amore si manifesta nella nostra vita.

Esco dal supermercato e mentre poso le buste sul sedile posteriore, temporeggio perché sento una ragazza che parla al telefono. Manco volevo uscire, ma era sabato, non potevo stare a casa! Mi cascano le braccia e due mele, metafora elegante di altro.

Davvero ragioniamo ancora in questi termini? Lo facciamo davvero? Cioè, uscire solo perché è sabato e fare le cose che tutti si aspettano che facciamo?

Leggo il New York Times perché voglio saperne di più di questa lingua che ne sa molto meno della mia. Scrivo un progetto dopo l’altro. Senza sosta. Sono felice e la felicità permea ogni cosa. Fuori dalle domeniche finte e patinate, fuori dalle funzioni a cui la gente partecipa piena di accessori ma priva di cuore, lontana da chi dovrebbe esser portatrice sana di amore e mortifica la propria carne… lontano da tutto questo si compie la mia felicità e la stranezza di questo quadro ematico, perché questa felicità, dopotutto, me la sono guadagnata col sangue.

Buona domenica, e che sia vera.

 

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