Love is all. Piergiorgio Welby. Autoritratto.

Autodeterminazione del fine vita, cosa desidera davvero la nostra anima?

Lo scorso venerdì, a Roma,  ho partecipato alla proiezione del docufilm sulla vita (e fine vita) di Piergiorgio Welby presso la biblioteca del Rugantino.

Il docufilm, una raccolta di immagini, testi, foto e video, ripercorre, passo dopo passo, la vicenda di un uomo che chiedeva di poter decidere, liberamente, del suo fine vita.

Piergiorgio Welby, affetto da distrofia muscolare sin dalla giovanissima età, si è battuto, con la moglie Mina, affinché si cessasse con l’accanimento terapeutico e si potessero stabilire leggi sane in merito all’autodeterminazione del fine vita.

Una vicenda che apre la mente e spacca il cuore.

Guardando le immagini, ascoltando i racconti e le poesie, no ho potuto fare a meno di considerare la battaglia di Piergiorgio una battaglia per la dignità umana.

Un uomo è imprigionato in un corpo, non può più assolvere alle azioni più semplici, è nutrito e ossigenato in maniera artificiale.

In questa condizione, voi cosa fareste?

Ho provato a mettermi nei panni di quell’uomo… durante la proiezione, quando sono stati trasmessi i video, originali e veri, degli spezzoni di vita di Piergiorgio e Mina, non ho potuto fare a meno di pensare che, come la vita, anche la morte meriti dignità.

Con questo, non voglio dire che per tutti debba essere così, la vita, come la morte, è un processo intimo e personale, mai si può generalizzare e standardizzare, ma credo che quel tipo di libertà sia lecito pretenderla.

Se questa vita è una scuola in cui arriviamo per evolvere e sperimentare, è anche vero che, forse, anche la malattia è crescita ed evoluzione ma solo fino a quando l’individuo sente di essere un individuo che sperimenta la vita, perché quando un uomo sente di esser prigioniero di un involucro, allora è bene che l’anima passi allo stadio successivo liberandosi.

Cosa fareste se vi trovaste prigionieri del vostro corpo senza potervi muovere?

La questione ha chiaramente sfumature di ogni genere, religiose, politiche, spirituali e sociali. Ciò su cui sento dovremmo concentrarci, è l’aspetto umano, quella sfumatura che, a prescindere da politica, religione e ceto sociale, debba fare in modo di garantire a tutti una vita, ed un fine vita, libero. Semplicemente libero.

In ultima analisi, non credo ci sia una procedura standard per tutti, ma credo fermamente che, avere la possibilità di scegliere, sia un vero atto evolutivo, e, se qualcosa resta in sospeso, ci penserà il karma.

Karma che non è giudizio supremo, karma che è promemoria di ciò che ancora vogliamo evolvere e liberare dentro di noi.

Leave a reply