Intervista a Susanna Trippa; dal ’68 al fenomeno Sea watch. Parliamone.

Susanna, benvenuta nel mio blog letterario dallo slogan #temiladonnachelegge.

Vorrei partire dalle presentazioni, quelle più intime: chi è Susanna Trippa?

Innanzitutto, mille grazie per l’invito nel tuo blog letterario! Davvero azzeccato lo slogan!
Chi è Susanna Trippa? Bella domanda! non facile risposta! perché è davvero molto difficile guardarsi dall’esterno e tentare di definirsi. Chi conosce davvero se stesso?
Senza dubbio ho sempre avvertito molto il “Come cambia lo sguardo”, nel senso che, se penso allo scorrere della mia vita vedo, in successione, una carrellata di “Susannine” che man mano cambiavano vestito – paf… gettato a terra – nelle loro graduali o improvvise trasformazioni, fino ad arrivare qua.
Cambiare pelle come cambiare sguardo.
Bambina, figlia, sorella, donna, fidanzata/moglie, amica, mamma…
Studente, insegnante, cofondatrice con il mio ex marito di un’agenzia pubblicitaria… tanti vestiti e ruoli e sguardi. E poi di nuovo un grande cambiamento di vita, pressappoco vent’anni fa – un piede su e uno giù dal predellino di quello che era allora il treno della mia vita – e, in un periodo a dir poco complicato, la scrittura arrivò a prendermi per mano. La scrittura che era sempre rimasta sottotraccia, fin da quando m’immedesimavo nella figuretta di Jo in Piccole Donne… e intanto però mi attirava anche Meb “con quel grazioso parasole”.
Cuore e mente sbilanciati nella giovinezza; ora – da vecchietta – in maggiore equilibrio. Una fiammella interna che è sempre viva, nonostante i passaggi e i mutamenti di sguardo.
E così, da allora, sono nati i miei figlioletti virtuali. I racconti di CasaLuet, che prende il nome dalla casa dove sono andata ad abitare, e però i suoi personaggi si sono creati la loro storia con una certa autonomia. Il viaggio di una stella, uno strano romanzo epico/fantasy, con una forte documentazione storica, ambientato presso gli antichi inca; probabilmente espressione di una mia
antica memoria. E poi c’è quest’ultimo Come cambia lo sguardo – Gli inganni del Sessantotto, una spontanea autobiografia, se non fosse per il sottotitolo che conduce alle Riflessioni iniziali. E se qualcuna lo leggerà, sarà colpita dal contrasto tra le Riflessioni iniziali – pura razionalità – e il racconto vero e proprio, che – mi dicono – si legge d’un fiato.

Ho letto e recensito il tuo libro ‘Come cambia lo sguardo – gli inganni del ’68; inevitabile la riflessione politica. Puoi spiegare alle mie lettrici in che modo il ’68 ha influenzato la società in cui viviamo?

Il Sessantotto, anche se nato dalla contestazione globale e all’inizio quindi non politico, aveva poi finito allora per identificarsi con la Sinistra. Ha grandi responsabilità nelle dinamiche sociali e politiche attuali, in quanto – e qui cito dalle mie Riflessioni iniziali – nel vuoto di principi fondanti, il Sessantotto ha finito a sua volta per rafforzare la posizione egemonica della Sinistra, che ormai sostiene solo le élite, pur camuffando il suo vero atteggiamento dietro la visione edulcorata di un mondo sempre più globalizzato, multiculturale e relativistico.
A rivedere ora quei tempi… ha voluto dire anche illudersi di essere quasi onnipotenti, di non avere limiti… ha portato al disequilibrio, perché poi ti scontravi con la realtà, e i conti non tornavano.
Il Sessantotto aveva voluto “uccidere il padre” e proprio tale mancanza di confini, tale estremo relativismo ha dato il proprio appoggio al globalismo esasperato dei nostri tempi.
Recentemente la voce autorevolissima di Benedetto XVI suffraga tali riflessioni, individuando nel Sessantotto – e nel suo conseguente relativismo – “il decadimento morale non solo della Chiesa ma di tutto l’Occidente” (Catholic News Agency). “Quando Dio muore in una società, essa diventa libera, ci è stato assicurato. In realtà, la morte di Dio significa anche la fine della libertà perché scompare la bussola che ci indica la giusta direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. Per questo è una società in cui la misura dell’umanità è sempre più perduta”. Benedetto XVI completa però la sua riflessione con un monito di speranza: “Anche oggi Dio ha i suoi testimoni nel mondo.Dobbiamo solo essere vigili per vederli e ascoltarli”. 
Anch’io voglio credere in questo monito di speranza.

Sei una donna molto attiva in politica e decisamente schierata; qual è l’Italia dei tuoi ideali?

Ho in mente un’Italia che ridiventi consapevole dei propri talenti che, innanzitutto, sono le meraviglie dei suoi territori naturali, tutti da salvaguardare. E poi della propria creatività, di quella espressa in un patrimonio inestimabile di storia, arte e cultura, ma anche di quella più quotidiana espressa in opere di “artigianato”. Cito dalle mie Riflessioni iniziali il pensiero dello scrittore e psicoterapeuta Claudio Risé: «Ciò che l’Italia produce è uno Stile nel suo senso più elevato, un altro modo di vita rispetto alla società dei consumi standardizzati di massa, la tradizione del “fare bene” che paga anche dal punto di vista economico ma inquieta l’Europa. Un modo che, dalle nostre parti, è di casa da sempre: la ricerca del Bello e del Buono, il sapere di una certa Artigianalità che implica connessione tra cuore e mente. Questa storia inizia con gli Etruschi e diventa favolosa con il Rinascimento» («La Verità» 27 ottobre 2018).
Vorrei un’Italia di nuovo orgogliosa di sé, che vada in Europa “con la schiena dritta” come dice la giornalista Maria Giovanna Maglie, che stimo molto.
Vorrei un’Italia che riconosca le proprie radici, che metta più “Sacro” nella vita privata e pubblica – sacro che si traduce nel concreto in più “etica”. Così, anche se minuscolo episodio, mi pare importante, per esempio, il recente incontro del nostro Ministro dell’interno, Matteo Salvini, con le associazioni di discoteche per riuscire a mettere in sicurezza il divertimento dei nostri giovani.

Parlando di Europa, cosa credi sia andato storto?

Non credo che i Padri fondatori avessero in mente, come loro ideale, l’Europa di oggi, quella che poi si è attuata. Radici comuni, principi comuni avrebbero dovuto ispirarla. L’Europa è invece diventata un coacervo, puramente economico, di stati che non
cooperano insieme con onestà ma ne privilegiano alcuni, a scapito cooperano insieme con onestà ma ne privilegiano alcuni, a scapito di altri. Da un insieme di egoismi può nascere qualcosa di buono? Direi di no.
Sarebbe stato un bene se l’unione europea avesse ascoltato Benedetto XVI quando ammoniva E’ importante che l’Europa non lasci che il suo modello di civiltà si sfaldi a poco a poco.
Così non è avvenuto e le radici cristiane, proprio come memoria storica, mancano nel volto dell’Europa. Non bisogna fuggire le proprie radici. Uomini e popoli saggi lo sanno. Enea – nella narrazione del poeta Virgilio – partì da Troia, che bruciava, con il vecchio padre sulle spalle, le statuette dei Penati al petto e il figlioletto per mano, e con questi arrivò a fondare Roma, la Città Eterna (da Marcello Veneziani – Nostalgia degli dei). Il mito ci insegna. In una sola visione abbiamo riunito Passato, Presente e Futuro, e inserito l’uomo – attraverso il Sacro – nella visione più Alta di un Destino.
D’altra parte anche le popolazioni andine, quando ancora avevano il senso dell’Ayni (la “sacra reciprocità”), collegavano i loro morti – che veneravano, portandone le mummie in processione – agli dei – le costellazioni – e ai loro bambini, che caricavano di un piccolo fardello per abituarli al “peso della vita” (ne parlo nel mio romanzo epico/fantasy Il Viaggio di una Stella). Un fardello che significava allora “responsabilità”, che è un vocabolo quasi sparito dal nostro dizionario attuale, come pare anche un tabù parlare di confini.

Possiamo affermare che gli ideali conosciuti e abbracciati in giovane età ti hanno delusa e ti hanno consegnato un mondo che non è quello che sognavi?

Sì, è vero, politicamente il Sessantotto non ha certo realizzato gli ideali di maggiore giustizia che si sognavano allora e, come già detto, ha finito anzi per avallare questa nostra società sempre più relativista. Penso però che, in ogni fenomeno, ci sia sempre un po’ di bene e un po’ di male; così, per forza, anche il Sessantotto ha avuto qualcosa di buono.
Del Sessantotto ora salvo un pensiero: «Il personale è politico», che allora significava prendere in esame non solo un pezzo del sistema, quello economico – centro della visione marxista – ma dare molta importanza alla qualità della vita e ai rapporti interpersonali. Partire dal proprio vissuto, guardarsi dentro, imparare a conoscersi, avrebbero voluto essere i primi passi di un percorso verso la consapevolezza. Fu lanciato allora un seme in quella direzione, ma restò con superficialità a galleggiare in superficie. Mancò la gittata ampia che scandagliasse a fondo l’interiorità. E mancò l’umiltà di guardare ad antiche conoscenze per apprendere.
Ecco, questo “pensiero” e il femminismo (pur con tutte le storture che hanno portato al Metoo odierno) allora – e siamo all’inizio degli anni Settanta – nel piccolo alveo della mia vita, mi aiutarono ad acquistare sicurezza.

Ti faccio una domanda un po’ provocatoria; la cultura e la politica, cos’hanno in comune?

Cultura e Politica potrebbero, anzi dovrebbero, essere due concetti strettamente intrecciati. L’antico sogno di Atlantide – ma l’abbiamo poi solo sognata? – e la Repubblica di Platone, guidata da Saggi, ci rimandano all’ideale di una Politica guidata dalla Cultura, intesa come dispensatrice di saggezza, non certo relegata nell’angolo del passatempo o dell’evasione.
Il significato etimologico della parola “politica” è “arte di governare il bene comune”. Dovrebbe dunque essere un’arte, allo stesso modo di una cultura che la guidi.
E sarebbe il “bene comune” di una polis, del nostro Stato – piccolo o grande che sia – e non potendo farci carico di tutto l’universo, come già insegnava Sant’Agostino, prima dovremmo occuparci della nostra cerchia ristretta e in seguito potremmo allargarci… ma sempre con equilibrio. Il disequilibrio non ci porterà a nulla di buono. Già il Sessantotto ce l’ha insegnato.

Torniamo a te, chi sono i tuoi scrittori preferiti?

Per lungo tempo i miei scrittori preferiti sono stati Lev Tolstoj e Virginia Woolf. Naturalmente ne ho amati anche molti altri. Recentemente ho scoperto un autore italiano, dalla scrittura mirabile e che forse non molti conoscono, Marcello Veneziani.

Qualche giorno fa, in un post su facebook, hai provato a spiegare quale fosse la linea politica della Fallaci; cosa pensi di questa donna, scrittrice e giornalista?

Oriana Fallaci da ragazzina fu staffetta partigiana e nello stesso anno – 1968 – in cui intervistava il Dalai Lama – si trovò in Messico, nella Piazza delle Tre Culture, a beccarsi pallottole dalla polizia che sparò sugli studenti intenti a protestare pacificamente; per pochissimo non rimase paralizzata. E’ stata corrispondente in Vietnam, in Grecia, e certamente non schierata con i più forti. Nell’ultimo periodo della sua vita, soprattutto dopo l’attentato delle Torri Gemelle, fece molte riflessioni per cui ora alcuni la schifano come una “di destra” e basta.
Il primo aggettivo che mi viene in mente per definirla è “coraggiosa”. Negli ultimi anni della sua vita, per le sue posizioni drastiche, per le sue verità nette e sincere, ha suscitato in alcuni amore e in altri odio, e un vespaio di critiche. Io sono tra i primi, però penso che, anche chi non sia d’accordo con lei, debba comunque portarle rispetto per la sua grande trasparenza e onestà intellettuale. Nelle mie Riflessioni iniziali la cito. Già allora (Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci, Rizzoli, Milano 2004) individuava il conformismo/politically correct dei nostri tempi e il pericolo dell’islam. Purtroppo le sue previsioni da Cassandra non sono tanto lontane da quanto sta accadendo in Europa, che già allora lei chiamava Eurabia.
Oriana Fallaci è poi una giornalista e scrittrice straordinaria. Forse non molti conoscono il suo ultimissimo libro Un cappello pieno di ciliege, appassionata epopea della sua famiglia.

Una mia curiosità, sei a favore dell’utilizzo dei titoli al femminile quali ‘Ministra’ e ‘Sindaca’?

Assolutamente no. Mi paiono sciocchezze su cui non perdere tempo.

Del panorama politico italiano, qual è la donna che più ti ispira fiducia? E l’uomo?

Giorgia Meloni e Matteo Salvini.
Matteo Salvini, tanto criticato per il rosario tenuto nella mano, è un uomo molto concreto che vive nella terra, però – non a caso è chiamato spesso “capitano” – ha l’apparenza del condottiero medievale con reminiscenze “arturiane”. Potrebbe essere che il saggio Re Artù l’abbia inviato in missione a estrarre la spada dalla roccia. E Giorgia Meloni è la “patriota” – come lei stessa si definisce – novella Giovanna D’Arco. Sono personaggi politici “differenti” da quelli precedenti. Avverto “a pelle” che uniscono qualcosina di Sacro alla Politica. E io faccio parte della gente. Quelli che li fanno avanzare, con il loro sostegno, a me pare abbiano un po’ queste mie sensazioni. L’intellighenzia di sinistra tutto questo non lo comprende.

Consiglieresti tre libri alle mie lettrici e, chiaramente, anche a me?

Scelgo tre libri molto diversi tra loro. Autobiografia di uno yogi di Yogananda: per avvicinarsi ad una spiritualità particolare attraverso la narrazione appassionante di un dolcissimo Maestro. La danza delle grandi madri della scrittrice psicoterapeuta Clarissa Pinkola Estés (già nota per Donne che corrono con i lupi): per imparare a essere giovani e vecchie allo stesso tempo. Nostalgia degli dei di Marcello Veneziani: per avere, attraverso una visione mitica, uno sguardo più “alto”.

Io e te stiamo lavorando ad una presentazione del tuo libro, per ora non sveliamo i dettagli… parleremo di cultura, letteratura e politica; intrecceremo questi temi per urlare, a gran voce, che cultura, intelligenza e letteratura non sono solo appannaggio di una fazione politica. Quello che chiedo a te – che hai più cultura ed esperienza di me – è: perché – erroneamente – si crede che sia così?

Si crede così perché, realisticamente, è così. Io mi sono data la
seguente spiegazione di come questo sia accaduto. Non so se convincerà anche voi. Nel primissimo ultimo dopoguerra, dalle ceneri della distruzione ovunque e dal rigetto psicologico per gli anni del fascismo, così violentemente caduto, l’antifascismo – che aveva effettivamente aiutato le forze alleate a “liberare” l’Italia, anche se non aveva avuto quel ruolo di unico protagonista che tuttora pretende – quell’antifascismo, dunque, si spacciò per essere solo comunista – e anche questo non era vero – e in quel momento storico – di rigetto appunto – per quanto, anche nella cultura, potesse colorarsi di “destra”, la Sinistra prese un ruolo di primo piano. Produsse anche opere molto buone: pensiamo al neorealismo sia nella letteratura che nel cinema per esempio. Questa è la genesi, secondo me, che poi si è prolungata fin qua, ora vivacchiando perché non mi pare che il panorama della cultura “di sinistra” attualmente sia molto ricco. Dunque si è creato questo stato di cose, sostenuto dai media, che in maggioranza ne perpetuano l’esistenza, e lo fanno perché obbediscono agli ordini della politica, che a sua volta obbedisce a grandi gruppi della finanza globalizzata.
Ora si sente davvero l’esigenza di una ventata di freschezza, di voci nuove, in questa stagnazione/melassa di un pensiero unico sempre uguale a se stesso.

 

In questi giorni non si fa altro che parlare di Sea Watch e Carola Rackete; credi ci sia un nesso tra questo fenomeno e quei famosi inganni del Sessantotto?

 

Parrebbe incredibile trovare una corrispondenza tra un fenomeno sociale di cinquant’anni fa e un singolo episodio appena accaduto: tra il Sessantotto e la Sea Watch.

Eppure! Come in un incastro di matrioske, racchiuse una nell’altra, i pezzi poi vanno ciascuno al loro posto.

Proviamo a guardare ad entrambi con una certa lucidità. E’ accaduto ora che la nave Sea Watch 3 di Ong tedesca, battente bandiera olandese, con comandante tedesca – con migranti a bordo raccolti sulle coste libiche – dopo aver rifiutato i porti di Libia, Malta e Tunisia, si sia diretta sul porto di Lampedusa, nonostante il divieto del governo italiano, e sia poi attraccata e, nella manovra, abbia speronato la motovedetta GF (equiparabile ad una nave da guerra), che le intimava l’alt. La comandante Carola Rackete è indagata, però intanto il Gip ne ha disposto la scarcerazione.

Salta agli occhi, in questa vicenda, che il diritto di uno Stato – l’Italia in questo caso – a far rispettare le proprie leggi (emanate da un governo che i cittadini hanno votato) e a difendere i propri confini, è stato con facilità superato da un “fumoso” diritto internazionale che ci ordina di accogliere, in qualità di naufraghi in pericolo di vita, persone che in pericolo non sono e che – come giustamente scrive il giornalista Riccardo Ruggeri (2 luglio 2019 La Verità) – sono clienti (di livello sociale medio alto in Africa) che hanno pagato organizzazioni criminali di scafisti.

Cito ancora da Riccardo Ruggeri: Segui i soldi” già ammoniva Giovanni Falcone. Così troverai la verità, quindi, se del caso, il colpevole. Non dimenticherò mai l’intercettazione di Mafia Capitaledi Salvatore Buzzi che mi fatto capire, in modo definitivo, come affrontare l’analisi del tema “migranti: “Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno”.

 

Quindi, ritornando a questo singolo caso, il “buonismo” che ci colpevolizza e ci invita ad accogliere tutti – ma proprio tutti – si basa su un enorme equivoco di base. In realtà, i veri poveri restano in Africa e là moriranno di fame, mentre questi “clienti” clandestini – per cui non è previsto un lavoro sicuro, non essendoci neanche per i nostri giovani italiani, in gran parte costretti ad emigrare a loro volta – in gran parte ingrosseranno le fila della delinquenza. La realtà oggettiva – piaccia o no – è questa.

Però organismi sovranazionali ci inducono, con ogni mezzo a loro disposizione, all’accoglienza di tutti. Questo avviene perché esiste un grande progetto – a monte – per sfruttare sempre di più noi e loro “i nuovi schiavi” impoverendoci entrambi delle nostre radici e meticciandoci il più possibile.

Si tratta della formazione graduale di Eurabia– al posto della vecchia Europa – di cui già parlava Oriana Fallaci.

 

E il Sessantotto cosa c’entra?

C’entra perché, nato come contestazione globale verso il capitalismo eccessivo, finì ben presto per avallare invece proprio quel processo di globalizzazione – con superamento dei diritti degli Stati nazionali – che ci ha portati a questa società sempre più fluida e disancorata nel suo estremo relativismo. Il Sessantotto volle “uccidere il padre” per avere maggiore libertà, e in un certo senso direi che c’è riuscito, anche se non penso che i risultati odierni soddisfino tutti quelli che allora – me compresa – sognavano un mondo diverso.  Non siamo diventati più liberi, ci viene anzi impedito di autodeterminarci. Anche le nostre indicazioni di voto, che traducono nel concreto i nostri desiderata,vengono ignorate e si tenta di superarle, in nome appunto di un fantomatico diritto internazionale, in cui però noi persone “normali” – che lavorano e pagano le tasse – non rientreremo mai, con la scusa che ci saranno sempre degli ultimi più “ultimi” di noi.

Il Sessantotto insieme al padre ovviamente volle uccidere anche Dio – il Sacro – e il disequilibrio è grande ora senza più un vero faro a guidarci, senza più distinzioni tra Bene e Male, per fuggire trappole e grandi inganni.

Impegniamoci ad invertire la rotta e a provare il nostro grado di resilienza!

 

Qui si parrà la tua nobilitate! disse Virgilio a Dante.

 

Ringrazio Susanna Trippa per questo confronto, ne avremo altri; promesso.

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