IL PAESE DEGLI ADDII – ATIA ABAWI

Il Paese degli Addii è un viaggio che conduce il lettore dalla Siria alla Turchia, dalla Turchia alla Grecia e dalla Grecia alla Germania, passando per il più buio dei misteri: l’animo umano.

 

E’ Tareq a condurci – per mano – in questo viaggio in cui la speranza è un fantasma che appare e scompare e, come per i fantasmi, c’è chi ci crede e chi no. Il destino in persona narra la vicenda di un adolescente che non si arrende alla guerra e crede nei fantasmi e nella speranza.

Un palazzo colpito da una bomba e tutto cambia. Un quindicenne si metterà in viaggio con quel che resta della sua numerosa famiglia, pronto a cercare il suo posto nel mondo.

Chi è Daesh per un ragazzino?

<< Sono orribili. Se sono i soldati di Dio, Dio è il diavolo.>>

Perché più si è giovani e più le cose sono semplici e logiche, ed è questo che rende speciale il racconto. L’autrice, non so come, è riuscita a narrare le vicende con la semplicità e la purezza d’animo di un bambino, motivo per cui Atia Abawi dev’esser per forza una donna straordinaria.

<<Arrivano convinti di dare un senso alla propria vita e sottraggono ossigeno alla nostra.>>Perché dopo i soldati di Dio, la città non è più la stessa per Tareq, Susan e Musa.

E Tareq è curioso: <<com’è questo Islam’>>chiede al cugino di Raqqa dove si sono rifugiati a seguito della distruzione della loro casa in Siria: <<non ne sanno un fico secco dell’Islam, la maggior parte non ha mai letto il Corano in vita sua…>>

Quello che ho particolarmente apprezzato di questo romanzo, è la semplicità con cui la complessa situazione siriana viene spiegata. L’autrice, nonché giornalista e reporter di guerra, è riuscita, rimanendo super parte, proprio come il destino, a tracciare le linee principali di un percorso che, in ultima analisi e per semplificare, chiamiamo guerra. Ma la guerra, come la pace, ha molti volti e gli stessi nemici, spesso, vestono i nostri stessi abiti.

<< Se sono salafiti, come mai non sono tutti sauditi?>>

<<Molti lo sono, ma i sauditi hanno usato i proventi del petrolio per diffondere questa malattia mortale. Hanno soldi a palate per stampare e diffondere la loro versione del Corano.>>

Ed è questo che Tareq imparerà a Raqqa. Il viaggio continua e Tareq, accompagnato dal cugino Musa, arriva in Turchia dove – spera – di poter guadagnare abbastanza per lui, il padre e la sorella e poter finalmente raggiungere il sogno dell’Europa. Ed io mi chiedo: chissà se tra i nostri avi c’era qualche piccolo Tareq quando si sono imbarcati alla ricerca di fortuna verso il nuovo continente…

In Turchia il giovane protagonista comincerà a capire che non tutti danno alla sua vita lo stesso peso. Il suo lavoro non ha lo stesso valore e la stessa page e, per qualcuno, il suo operato umile e faticoso non merita nemmeno una paga. Il destino, come uno spettro silenzioso, tesse la trama della sua vita e lo aiuta ad andare avanti. Eccessivo slancio di speranza o follia? Istinto di sopravvivenza, e questo sentimento a noi sconosciuto, l’autrice ce lo insegna. Non ce lo spiega e non ce lo scrive. Ce lo insegna grazie a Tareq e al destino giusto e ingiusto.

Dovremmo, tutti, prenderne nota.

<<Quando il cuore è puro ma gli occhi hanno visto simili atrocità, il corpo entra in modalità di sopravvivenza.>>

Da un certo momento in poi, Tareq smetterà (ingiustamente) di sentirsi un adolescente e capirà di essere – ormai – una cosa che non conosce: un profugo.

<<Se esistono i profughi, significa che abbiamo perso tutti.>>

Ma qualcuno riesce a trarne guadagno, come chi vende imitazioni di giubbetti salvagente sulle coste a chi sta per intraprendere un viaggio disperato alla ricerca di un mondo in cui, dal cielo, non caschino bombe a grappolo. Su un solo gommone c’è chi scappa da Daesh e chi dai talebani: Tareq imparerà che il nemico, oltre ad avere mille volti, può avere mille nomi.

Un viaggio disperato, pericoloso e ai limiti dell’umanità. Il freddo, la fame e la morte. Ecco cosa sperimenterà il protagonista,  ma anche in questo caso il destino saprà sorprenderci…

<<Quando gli animi s’incontrano, la comunicazione può avvenire senza parole. In genere dura frazioni di secondo, certe volte una vita intera e addirittura oltre.>>

Perché è sempre nelle situazioni più impensabili che la speranza si manifesta. Forse…

Non si arriva mai sani e salvi da certi viaggi. Se sopravvivi (perché di sopravvivenza si tratta e non di vita) vedi comunque la morte sui volti di chi ti passa accanto e allora la morte stessa ti entra dentro, la senti anche se non è la tua.

<<Quando l’anima sente troppo, però i traumi si annidano nel cuore.>>

Chi intraprende quel genere di viaggio, tutto sommato, sa di non avere nulla da perdere alle proprie spalle perché ormai ha perso tutto:

<<Ci cadevano addosso le bombe, pensi che qualche onda mi spaventi?>>

Forse anche l’istinto di sopravvivenza si allena ed è per questo che si riesce ad andare sempre un passo oltre la morte. Tareq allena il suo istinto ma sarà abbastanza umano da non perdere il cuore perché il destino gli farà dono di un incontro speciale: “quelli che aiutano”.

Quelli che aiutano il mondo ad essere un posto migliore, sanno bene che prima o poi avranno bisogno di aiuto ed è per questo che aiutano sempre di più.

Ho letto e riletto molti passaggi del libro, molti mi hanno fatto riflettere, altri mi hanno contrariata ma uno, in particolare, mi trova completamente d’accordo: “la guerra le aveva trasformate da medici, avvocati, negozianti, studenti, madri, padri e figli a profughi, stranieri, parassiti, terroristi, nemici. Etichette che non rappresentavano I LORO VERI IO.”

La dignità umana va oltre le etichette.

Ecco il messaggio che questo libro lancia al mondo:  andiare oltre le etichette, oltre ciò che il destino sembra aver stabilito per noi. Trasformiamoci in quelli che aiutano e che il mondo lo cambiano davvero.

Continueremo a guardare romanticamente il mare dopo questa lettura?

Mi auguro di no. Me lo auguro con tutto il cuore.

Ringrazio Atia Abawi per aver condiviso con me il suo libro e la casa editrice per la collaborazione col mio blog letterario.

 

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