Firenze e le mie perdute speranze.

Cos’hai da dirmi, Florenza?

Forse che anch’io, come Dante davanti la porta dell’inferno, debbo lasciar le mie speranze e arrendermi alla tua eleganza? Nessuna donna, fasciata pure del più bel tubino, sarà mai sobria quanto te.

E’ che a renderti sensuale non è solo il suono della tua lingua, ma le lettere che taci, le parole che scomponi e i sogni che componi. Quanto mi piaci! Sei come un uomo letterato che si siede al tavolino di caffè e, senza fretta, ordina il meglio per la propria vita; mi sembra quasi di far questo, Firenze, quando ti raggiungo.

Dovresti farmi spazio a quel tavolino e farmi ordinare il meglio anche per la mia vita, non trovi?

E’ come se indossassi un completo spezzato con una camicia bianca, pulita, ne sento l’odore. Una camicia, elegantemente senza iniziali, non ha bisogno di etichette; tu sei, non hai bisogno di ostentare e apparire.

E ti vedo come quell’uomo seduto al tavolino di un caffè, senza fretta, a sfogliare, distratto un giornale mentre la sua mente si concentra sui fianchi di una donna che passa.

Quali speranze hai da darmi, Firenze. Mi arrendo e le perdo tutte. Ti respiro. Stringo il calice, bevo il tuo sangue e, ingorda, mi trucco le labbra del colore dei tuoi peccati.

E’ proprio tra le tue braccia che perdo le speranze, vane, di poter avere una sola casa. Forse la natura mi ha fatto apposta gli occhi grandi affinché io li riempissi della tua bellezza.

Sei ancora quell’uomo seduto a quel caffè.

Senza giornale, senza fretta e senza fianchi da guardare hai lo stesso fascino di chi è bello, sa di esserlo e non ha bisogno di dimostrarlo, soprattutto a se stesso.

Pensano che tutte le città siano donne; oh quanto sbagliano, che ingenuità!

Tu sei quell’uomo. Sei quella camicia e quelle gocce di pioggia che, leggere come profumo, mi restano nei capelli.

Adoro il tuo odore, te l’ho detto?

Aspettami senza fretta, voglio riempirmi gli occhi ed il letto della tua bellezza.

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