9. Nemico

Erano passati i giorni ma il tempo non passava mai; le si conficcava, con tutte le lancette, al centro del petto togliendole fiato ed appetito; mai si era sentita così male. Non aveva notizie di Joshua e non dava notizie di sé, piangeva – e qualcuno direbbe in silenzio – ma lei urlava di dolore, di pazzia e di lacrime acide che le corrodevano il volto.

Mai, nemmeno una volta, Alice aveva preso in considerazione l’idea che quella storia potesse finire, che Joshua potesse tenerla fuori dalla sua vita e arginarla dai suoi sentimenti; mai aveva immaginato che qualcosa di così perfetto potesse finire. La sua amica le girava una sigaretta perché lei non ne aveva, per Joshua aveva smesso di fumare, per Joshua aveva smesso di ballare, per Joshua aveva smesso di essere imperfetta per trasformarsi nella copia esatta della donna dei sogni di lui. Che errore idiota – le diceva la sua amica – che assurda metamorfosi la tua!

E lei non ci credeva.

Quella sera si era decisa a lasciare  casa dopo giorni di silenzio, dopo aver parlato – pazzamente – a se stessa; si era sentita strappata ad una vita in cui aveva sempre creduto, dal primo giorno, dal primo bacio, dal primo letto condiviso. Un mostro le mangiava l’anima e le faceva male, troppo male. Non era pronta a lasciare quei quadri scelti insieme, non era disposta a dimenticare il rumore di quella lavatrice vecchia e malandata che – troppo spesso – faceva da sottofondo alle serie tv, si rifiutava di portar via le lenzuola profumate da quella casa che – adesso – era l’inferno; un nuovo girone: quello dei non più amati!

Elena la consolava come si consolano i bambini quando piangono fino a perdere il fiato, si prendeva cura di lei e del suo cuore malato ma il dolore non passava; la svegliava in piena notte facendola cadere nel vuoto. Proprio come quella notte, quella prima notte in cui aveva lasciato casa per andare non si sa dove.

E dove vai quando non sai più dove andare?

Vai da chi ami e da chi ti ama e – troppo spesso – quelle persone sono le amiche a cui vomiti addosso le tue lezioni di vita in palestra, quelle donne straordinarie che trovano la forza in te anche quando la forza tu non ce l’hai, sono quel regalo prezioso di cui ti fa dono la vita quando ci si rende conto di aver tirato troppo la corda. E stavolta la vita aveva esagerato; che destino infame è quello che ti regala tutto per poi togliertelo?

E’ la vita di tutti, in tutti i giorni, in tutti i cuori. In tutte le persone c’è un vuoto che non sarà mai riempito, uno strappo che nessun sarto del destino potrà mai ricucire. Ci convivi e vai avanti facendo numerosi passi indietro.

Quella notte… aveva chiamato la sua amica e tra le lacrime avevo solo detto: è finita!

Nessuno ci credeva, troppo traumatico e repentino per tutti; nessuno ti chiude la porta della propria vita in faccia solo per un esplosione di rabbia, ma Joshua lo aveva fatto e non lo aveva fatto senza guardare indietro, no, lo aveva fatto senza volgere manco uno sguardo in avanti a ciò che potevano essere.

Alice si maledisse per averlo incontrato, la rottura di un arto sarebbe stata meno traumatica; a distanza di mesi si sarebbe riabilitata.

Da questo dolore, invece, non sarebbe guarita, mai.

Non si guarisce dal rifiuto, dall’addio, dal trauma di un cuore chiuso fuori casa, da una casa che ti chiude il futuro fuori la porta con le valige, dalle valige che profumano dell’ammorbidente scelto insieme.

Ma Joshua, chi era? Il suo più grande amore o il suo più grande mostro?

In un attimo aveva spazzato via il loro futuro e lo aveva fatto con la determinazione tipica del suo lavoro; senza scrupoli o ripensamenti, senza emozioni; ma questo non era tipico del suo lavoro, era tipico di Joshua. Aveva sempre conservato le emozioni in una pentola a pressione e poi le aveva nascoste nell’ultimo mobile della cucina, quello che insieme avevano preso in offerta perché piaceva a lui, a lei non piacevano le cose, piacevano i momenti, pure quelli di merda per lei erano vita, lui invece li detestava; sfuggivano alla comprensione di un uomo d’oltreoceano che mira alla perfezione.

E Joshua era perfetto nel suo disastro interiore, nelle sue ossessioni e fobie era il relitto di un’infanzia che non aveva scelto e che Alice voleva curare con i baci; che stupida, stupida e stupida ragazza! Non si guarisce chi non è stato amato, lei ora aveva imparato la lezione e, mai più in vita sua, avrebbe offerto il cuore al nemico, perché adesso, tra il dolore e la rabbia, il nemico l’aveva individuato ed era se stessa.

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