8. esplosione

Non è la storia di Alice e nemmeno quella di Joshua, è la storia dell’amore e dei suoi danni collaterali perché, che si sappia per inciso, l’amore ne ha e sono catastrofici. Cosa potrebbe esser mai l’amore se non una catastrofe interiore!

Quanto sangue è in grado di pompare il cuore quando incroci lo sguardo di chi ami? Quello di Alice ne pompava tanto da farla scoppiare e poi svuotare, si era sempre riempita e svuotata d’amore fino a rimanere un involucro di donna vuoto. Joshua invece era più bravo, forse gli uomini amano a metà o amano così tanto loro stessi da riuscire a limitare le catastrofi interiori. Chi può dirlo…

Lei aspetta e guarda il tg anche se sa che non è del tutto affidabile. Lui vive, sopravvive, giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto senza mai perdere il tempo dell’amore, ma non lo dimostra più. Joshua combatte la sua battaglia ed è troppo lontano per sentire il peso del cuore vuoto di lei.

Non è preoccupazione né paura; quella di Alice, quella che sente, è mancanza, sofferenza, tristezza e frustrazione. Ma davvero l’amore è anche questo?

I manuali new age non le bastavano più e nemmeno la meditazione riusciva a farla sentire più vicina a se stessa, da quando Joshua era partito lei non poteva stare accanto a nulla che non fosse la sua felpa grigia. Il cuore aveva smesso di pompare sangue per darle la sensazione di un cuore vuoto, non di latta come dicono tutti, un cuore cuore, un muscolo che non fa più quello che deve fare.

Attese.

Speranze.

Illusioni.

Come un mantra si ripeteva di stare tranquilla e la sua amica la incoraggiava ad andare avanti perché indietro, in quel passato fatto di domeniche mattina a preparare i pancake, ora c’era solo la frusta per sbattere le uova ed ogni volta che la guardava sentiva flagellarsi i ricordi; pensieri strapazzati come uova nella ciotola profonda del loro passato. Inesistente.

Come fa lui ad andare avanti come se nulla fosse? – chiedeva disperata a quell’amica che tirava le sue stesse boccate di fumo – come può ricominciare e proseguire leggero se quella che ha addosso è la mia pelle?

Non lo fa – diceva lei – non va avanti, galleggia nel tempo e tu affondi nel passato.

Alice lo sapeva che lui aveva una missione da compiere e conosceva bene il nemico di entrambi ma ora, lo stesso Joshua, ed il dolore che le procurava quella distanza, stavano diventando suoi nemici. Lui stava diventando suo nemico. L’amore era il suo nemico.

Voleva imparare a non sentire, proprio come immaginava  facesse lui, voleva passare l’aspirapolvere sulla superficie dei ricordi e sbarazzarsi degli acari d’amore che la infettavano.

Joshua, intorno a sé, vedeva solo sabbia e sentiva caldo, di un caldo che feriva la sua pelle chiara. Molte volte quel sole l’aveva scottato ma stavolta era diverso; quasi gli dispiaceva che la sua pelle bruciasse all’effetto di qualcosa che non fosse Alice.

Alice… così lontana e cosi vicina, così donna e così bambina da non comprendere quanto lui fosse assorbito dalla sabbia e dal deserto. Alice che puntava i piedi… e riusciva ad immaginarsela scalza, in giro per casa, con la sua felpa ed il sottofondo di una stupida serie tv in lingua.

Alice; così scalza e così con i piedi per terra mentre la testa era sempre per aria, col corpo sul divano, a testa in giù, a guardare il mondo da un’altra prospettiva, ora non riusciva a guardare la sua. Si era viziata del loro amore, di quella presenza costante in cui la notte dormiva a cucchiaio, pretendeva l’amore come lo pretende la fame emotiva. E lui non poteva. E lui non ce la faceva. E lui tremava, perché sapeva che lei, come il nemico che lui cercava di evitare, era pronta ad esplodere di cattiveria.

Alice, contorto mistero per se stessa, proprio non capiva come mai non riusciva a capire, a comprendere ed accettare la situazione. Amava come amano i bambini, concentrandosi solo su se stessi e sulle proprie esigenze e mai, nemmeno una volta, le era passato per il cuore che magari anche lui sentiva quel vuoto, non aveva mai preso in considerazione l’idea che anche il sangue di Joshua avesse iniziato a pompare diversamente in quel muscolo chiamato cuore.

E le emozioni si rappresero, si gonfiarono fino a non poter essere più contenute ed in quella lingua che non le apparteneva vomitò, su Joshua, la sua infelicità; proprio una volta in cui lui le parlava distratto da quel coso che provava a tenerli vicini. Non bastarono le cuffiette di lui a farla sentire vicina, gli parve proprio che lei fosse andata via, altrove, ad abitare un altro corpo.

Scoppiò, come una bomba, l’infelicità di lei ed attentò al cuore di lui senza lasciar sopravvivere nemmeno un emozione.

E’ difficile arrabbiarti in una lingua non tua – confidò qualche ora dopo Alice alla sua amica – hai solo un numero limitato di parole e l’infelicità, talvolta, è illimitata. Joshua ne era stato inghiottito ma il boccone amaro lo avrebbe mangiato lei.

La notte le portò scompiglio; non aveva litigato con Joshua, non avevo combattuto con lui ma con i suoi demoni interiori. Joshua, ignaro, aveva ricreato una situazione che lei conosceva e confondeva bene; l’aveva fatta sentire abbandonata ma lui, neanche per un minuto, aveva associato ad Alice l’idea dell’abbandono.

Alice stava affrontando i suoi demoni e le radici erano troppo lontane per seguirle così in fretta. Joshua era stanco e non poteva permettersi distrazioni dalla sua vita. Entrambi piangevano in silenzio la fine di una battaglia in cui Alice aveva combattuto i propri mostri ma l”unica vera vittima era stata Joshua.

 

 

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