6. FOTOGRAFIA

6.

Amava fotografarla nei momenti meno opportuni, senza macchina fotografica; imprimeva nella mente momenti di vita da vivere.

Perché la vita è fatta di momenti da vivere e non di attimi di vita vissuta; quelli non son vita in quel momento, poi non puoi più farci affidamento, perdono di consistenza e realtà diventando ricordi, e i ricordi, si sa, spesso mentono.

Lui non mentiva, amava Alice (o E’lis, come aveva abitudine di chiamarla lui, secondo la sua bocca ricca di accenti differenti) con la ragione di chi s’impegna a vivere. Viveva con lei momenti di vita che alimentava con la speranza di non trasformarli mai in ricordi bugiardi. L’amava. Aveva iniziato ad amarla sette minuti dopo aver incrociato l’obiettivo della sua macchina fotografica.

Lei scattava foto e guardava quella piazza dalla lente falsa di una macchina fotografica; si era impuntata a riprendere la luce migliore, i passanti giusti, i due cavalli, le colonne della basilica, i sanpietrini, la gioia dei passanti, l’odore di caffè del Gambrinus, le voci dei bambini che giocavano…

“Le verranno sempre male le foto” pensò lui. In questa città i sensi non si possono scomporre e nessuno scatto potrà mai narrare il caos. Napoli ha il caos dentro le viscere, pensava lui, freme di vita e, dalle viscere, si espande fino all’ultimo dei suoi abitanti; anche se non appartieni a quel mondo, se ci metti piede, la voglia di vivere forte ti contagia.

Joshua ne era contagiato.

Guardava la ragazza dalle scarpette rosse scattare foto alla città che sfugge alla comprensione umana e capì che anche quella donna sarebbe ben presto sfuggita alla sua logica.

Sette minuti di filosofia dell’amore e già l’amava. Per sempre avrebbe associato a lei l’odore del caffè che sveglia le città, gli animi e la vita. Gli odori sono macchine del tempo, meccanismi perfetti di cui la memoria si serve per regalarti un biglietto indietro nella vita.

Ora, mentre la vita di lei si muoveva dentro quella casa troppo piccola per entrambi, lui pensava che fare il passeggero del presente non avrebbe giovato a nessuno dei due.

Sarebbero sfuggiti i giorni sotto le sue dita. Le settimana avrebbero galoppato veloci verso i pochi mesi che lo tenevano in quella terra allegra, e allora sarebbe arrivata la tristezza.

La casa si riempiva di vita ma la vita correva il rischio di esaurirsi ed apparire lontana sfuggendo all’amore.

Perché non è vero che l’amore è vita; l’amore è amore, la vita non sempre è amore.

Ora però, amore e vita, gli stavano regalando la felicità, ed era un equazione davvero insensata; perché la vita sta alla felicità come la felicità sta all’amore, e la felicità, per lei, era un’urgenza prioritaria.

Avrebbe potuto mentire su tutto e fingere qualsiasi cosa ma mai la felicità; quando ci provava, magari pensando alla felicità di qualcun altro, le nasceva un mostro dentro, un mostro fatto di intolleranza e frustrazione e lei era stata onesta su questo: “possiamo anche smettere di amarci ma mai di essere felici”. Un nonsense che lui avevo trovato ridicolo, forse per il modo in cui lei aveva provato a spiegarglielo in inglese.

A lui non piaceva l’idea di smettere di amarla e lei aveva parlato di energie e buchi neri, di amore che si trasforma e di felicità: secca ed immutabile, sola la felicità, quando smettere di essere, non può trasformarsi in qualcosa di meglio.

 

 

 

 

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