5. Joshua.

5.

L’amore parla il linguaggio della verità, passa dal corpo e questo non mente.

Lei guardava lui dormire, lui sognava di lei ma lei era sveglia e beveva il suo primo caffè. Lui dormiva ma viveva quel sogno.

Lei era sveglia e cominciava a sognare.

Lui, le spalle ampie, l’aveva stretta tutta la notte, senza parlare.

Lei, troppo piccola tra le braccia di lui, sentiva che era normale. Sapeva che era difficile ma sentiva che era normale.

In Amore, vi è forse mai normalità? Siamo sistemi che accumulano problemi e questi problemi danno la somma della nostra essenza, quindi, non essendoci una terapia della normalità, dobbiamo solo cercare, con attenzione, qualcun che abbia il nostro stesso grado di pazzia. Il suo amico glielo aveva detto quella domenica; lei attendeva la normalità mentre la pazzia di un amore oltreoceano l’aspettava a braccia aperte.

Si trattava solo di aprire le braccia, di abbracciare la causa, quella di lui, e mollare per un pò la presa e il controllo su quella vita calendarizzata che si era organizzata. Nell’organizzazione di quella vita, pensava lei bevendo il caffè, Joshua non era previsto; e quando mai in amore si potevano far previsioni? Anche il meteo era ormai imprevedibile ma una cosa la poteva prevedere con chiarezza, voleva esplorare quel nuovo mondo mai visto, quelle case con giardino e quella città nuova che le avrebbe permesso di togliersi tutto il vecchio dal cuore; avrebbe tolto la polvere lasciata dai sentimenti sporchi che l’avevano corrotta e umiliata per troppo tempo.

Joshua.

Doveva averlo pronunciato a voce alta perchè lui si mosse senza aprire gli occhi e con le mani la cercò tra le lenzuola. Lui sapeva bene che le cose migliori le vedevi al buio e che lei era una di quelle. Percepiva l’aroma del caffè, quello italiano; riusciva a svegliarlo anche solo l’odore. Ne assaporò dalle labbra di lei; chissà se si abituerà mai al caffè delle mie giornate troppo corte, chissà se si abituerà mai, lei che vive di parole, ad una lingua che ne ha così poche!

E proprio in quell’istante lei disse qualcosa di sintetico e, come tutte le cose sintetiche, nel caldo del loro abbraccio, quel qualcosa si andava restringendo: I can, sussurrò lei con la voce rotta dal coraggio.

Lui la strinse più forte e perdeva, mano a mano, le forze. Lei aveva il potere di renderlo debole. Lui aveva il potere di farla sentire fragile. Mai con nessuno si era concessa quel lusso, ed ora Joshua le aveva fatto dono del più prezioso dei diamanti; la possibilità di essere fragile con un uomo. Poteva sparire tra le sue braccia restando in piedi sulle sue gambe. Poteva vacillare sui tacchi e farsi forte delle spalle di lui; non importava quanto fossero lontani i loro mondi, le loro vite li avrebbero avvicinati e la vicinanza non è sempre un male. Anche questo stava imparando lei.

Anche questo stava imparando lui.

Lui non era vicino nemmeno a se stesso, l’orrore lo aveva cambiato fino a al punto in cui lei aveva cominciato a vivergli dentro.

Non avrebbe mai dimenticato l’odore della sabbia e il rumore della morte ma lei riusciva a fargli immaginare dei castelli su quella sabbia. Ora lei riusciva a sostituire quel rumore di morte, tanto presente la notte, con il suono della sua voce che leggeva un  classico in maccheronico inglese. Lui rideva. La correggeva ma amava vederla sbagliare; perché quando lei sbagliava accadeva la perfezione e lui dimenticava il peso della sua seconda pelle e i colori di quella bandiera.

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