13. Pontile

Gli occhi di lei si riempirono di lacrime che non sarebbero mai scese, come onde testarde che avrebbero continuato a sbattere su uno scoglio senza mai lasciare il porto… dentro di lui si mosse qualcosa, come un mare in tempesta pronto ad inondargli le emozioni, e fu in quel preciso momento che un’onda bagno i piedi di entrambi, e invece di fare un passo indietro, fecero un passo avanti…

con i piedi bagnati dal mare ed il cuore in ammollo nella confusione, Alice capì che, si aveva perso lui ma aveva ritrovato molte cose; cose che lui, Joshua, non aveva mai osato cercare.

Aveva trovato la leggerezza nel peso specifico dell’amicizia, nel calore di persone che sapevano camminarti accanto senza né appesantiti né alleggerirti; semplicemente sapevano starti accanto senza interferire. Avevo ritrovato quel legame di collaborazione tra persone che credono nello stesso sogno e negli stessi ideali. Avevo trovato, per la prima volta, l’abbraccio di casa senza rancore e sensi di colpa. Avevo trovato e conosciuto, per la prima volta, se stessa. Joshua tutto questo non l’avrebbe mai scoperto. Lui, solo nel cuore e nella vita, poteva solo aggrapparsi ad un donna per passare a quella successiva senza riempire mai se stesso di sé; troppo pieno di ciò che era, non aveva il coraggio di divenire qualcosa di meglio. Restava un bambino abbandonato che feriva le donne per rancore nei confronti di una e la sua mente fragile non poteva duellare con la mente forte di lei che cercava incontro, scontro e confronto.

Era solo un bravo ragazzo…

con un mostro dentro che celava a tutti, tranne che a se stesso. Sceglieva con tutta la cura data dal caso le sue vittime e quando queste si lasciavano andare alla sua apparenza, lui affondava e traeva piacere nel ferire il volto di quelle donne che le ricordavano un’unica donna; quella che la vita gliel’aveva data e poi, in qualche modo, gliel’aveva pure tolta.

Un’onda la riportò alla realtà: abbiamo sbagliato tutto, ci hanno insegnato a guardare con occhio di riguardo ai bravi ragazzi e questo non ci ha permesso di vedere il mostro cattivo che vi albergava dentro. E se la soluzione fosse un ragazzo cattivo che, della vita, ha riscoperto la bellezza?

Pensò – per la terza o quarta volta – alle cicatrici sul volto di quel ragazzo; portava i segni di una vita vissuta, a tratti male, ma vissuta. E non è forse più ammirevole un uomo che dalla vita si fa prendere a pugni, e qualche pugno lo dà, piuttosto che uno che la vita la fugge, sfugge e distrugge?

Se i segni evidenti sono le tracce di chi siamo, forse quel ragazzo era molte cose, compreso se stesso, e non aveva paura di mostrarlo.

Era bastato pensare a lui per sentir trillare qualcosa nella borsa, avrebbe potuto alzarsi e controllare ma in quel momento, in quel preciso istante, era lei la sua priorità e nulla, nessuno, l’avrebbe mai più distolta da questo.

Quando il sole decise di lasciarla all’ora blu, si fece coraggio e prese quell’aggeggio nato per avvicinare le persone mentre le allontanava da se stesse: ti sto guardando…

erano passate due ore da quello sguardo ed i suoi occhi erano ancora lì. Avrebbe potuto raggiungerlo sul puntile e invece raccolse le sue cose, lo salutò con la mano e decise che quel giorno era il massimo che per uomo poteva fare.

Lui la vide allontanarsi e non si mosse, non scrisse e non parlò. Capì la sua paura – lui che di paura aveva vissuto – e restò lì fino a quando anche l’ora blu fu andata via.

Aveva la schiena scoperta e lui riusciva a vederne i lividi, i graffi e le ferite emotive che nessuno si sarebbe mai preoccupato di guardare. Lui che le ferite le aveva disinfettate col sale, sapeva riconoscere chi sentiva bruciarsi la vita in silenzio: non potrò guarirla, non potrò salvarla e lei non vorrà che io lo faccia, ma posso restare qui ed aspettare che il sale salga fino al suo cuore e quando avrà smesso di bruciare – forse – sarà pronto a pulsare.

Lui non può guarirmi, lui non deve salvarmi, non vorrei mai che qualcuno lo facesse, ma posso allontanarmi, aspettare che il sale salga fino al cuore e, quando avrà smesso di bruciare – forse – sarà pronto a pulsare.

Il sale sole sulla pelle e il sale sotto pelle, l’estate della guarigione e della scoperta, l’estate della solitudine e della ricchezza; mai si sarebbe aspettata di conoscersi e trovarsi così interessante nella sua vita e per se stessa.

Forse – pensava cinica sotto una doccia di falsa ironia – dovrei smetterla di giocare, forse – pensava insaponandosi i pensieri – dovrei solo prendermi sul serio e ridere di me senza giudicarmi e valutarmi. Asciugandosi le sinapsi umide capì che un collegamento con gli altri era possibile ma solo se non perdeva quello con se stessa, ed ora non era stabile la connessione, era delicata e frammentaria e nessuno – ripetè a quella donna che vedeva nello specchio – nessuno, può entrare un questa bolla di sapone…

 

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